Roffredo Caetani rappresenta  una  eccezione all’interno dell’illustre casato: non fu politico, né esperto amministratore, né assunse cariche pubbliche di rilievo (1). Non ereditò dunque dal padre Onorato la propensione all’impegno politico, non condivise la palese e geniale poliedricità dei fratelli Leone e Gelasio, ma fu uomo del Novecento e di questo secolo non appoggiò i massacri legati alle due guerre ma i valori sovranazionali propri della cultura letteraria e musicale. Non assunse incarichi politici, malgrado ciò fu tra i primi in Italia a parlare di divorzio e di riforme elettorali, di salvaguardia e sviluppo del territorio, significativo anche l’aver trasformato il Castello di Sermoneta in centro per la formazione civica.

La musica, la vocazione principale di Roffredo, si espresse con molta precocità forse anche grazie agli influssi paterni: Onorato,  Duca di Sermoneta, Principe di Teano, nacque a Roma il 18 gennaio 1842, unico figlio maschio del duca Michelangelo e di Calista Rzewuska, fu grande amante della musica e musicista lui stesso (2). Conobbe Wagner a Bayreuth e si adoperò per promuovere a Roma le prime esecuzioni delle sue opere; profondo amico di Franz Liszt – amicizia a sua volta ereditata dal padre Michelangelo – tanto d’affidargli in battesimo il secondogenito Roffredo.

Liszt assolve un ruolo considerevole all’interno della biografia di Roffredo, fu il primo a riconoscere il talento musicale del figlioccio e a indirizzarlo, per il proseguimento dello studio del pianoforte, verso Giovanni Sgambati (3), professore di pianoforte presso il Liceo Musicale dove Roffredo prese lezioni di armonia e contrappunto da Cesare De Sanctis (1824-1916). Roffredo prosegue i suoi studi di composizione con Guido Tacchinardi (1840-1917) e Giuseppe Martucci (4), per orientarsi poi verso i conservatori di Vienna e Berlino dove stringerà solide amicizie con Brahms e Cosima Wagner.

Gli studi portati avanti con le più rappresentative figure della scuola romana di fine ‘800 non fecero altro che assecondare la spiccata inclinazione per la musica alla quale Roffredo si dedicò con grande serietà raggiungendo traguardi di tutto rispetto.

L’attività compositiva e concertistica fu concentrata nell’arco di pochi anni, toccò il suo apice intorno al 1909, dal 1887 al 1904 Roffredo si dedicò unicamente alla musica strumentale dando vita a una ventina di composizioni, per pianoforte, ma anche musica da camera e sinfonica; unica eccezione in questo lasso di tempo la scrittura di due opere liriche che impiegarono gli anni dal 1910 al 1940. Tutte le opere sono state pubblicate dalla prestigiosa casa editrice Schott di Mainz alla quale Roffredo era stato presentato da Sgambati.
Prima esecuzione pubblica nel 1888 a Roma presso la sala Dante, il Quartetto op. 12, nel programma di uno dei concerti della Società del quintetto, al pianoforte lo stesso Sgambati. Questa prima esecuzione accolse il favore del pubblico e della critica dando opportunità al Caetani di affacciarsi allo scenario nazionale e ben presto a quello internazionale: le composizioni vennero  eseguite in Francia, Inghilterra, Russia e Stati Uniti (5). Linee guida all’interno del percorso compositivo di Roffredo Caetani si rintracciano nel seguire i canoni tipici delle forme classiche, un rifarsi al tardo romanticismo con una forte predilezione wagneriana; tipica diviene la scelta delle tonalità ricche di alterazioni che fanno intuire un continuo ricercare armonico. Nello stile compositivo si riscontrano difficoltà tecniche proprie dei brani di Liszt e Chopin, ma allo stesso tempo si ritrova una notevole padronanza tecnica e un’estesa conoscenza del repertorio. L’atmosfera bucolica della Sonata in La bemolle maggiore op. 3 ricorda indubbiamente la Pastorale (op. 28) di Beethoven; la scelta di privilegiare il “melodizzare” richiama uno stile classico enfatizzato da una ricchezza armonica e da tortuose melodie che vengono a stigmatizzare lo stile compositivo di Roffredo Caetani. La critica fu sempre concorde nel riconoscere alla sua scrittura un carattere fiero e sincero, solida nel connubio a una felice invenzione melodica. Unico motivo per il quale Roffredo risultò un musicista pressoché ignorato in patria, in un contesto d’inquietudini di piena modernità e retaggi del patrimonio ottocentesco, è d’attribuire alla «sua dedizione alla musica da camera, un genere verso il quale gli ambienti musicali italiani del primo ‘900 dimostravano una profonda indifferenza, va però riconosciuto al Caetani il merito di essere stato tra i primi sostenitori di un ritorno alla musica strumentale a lungo trascurata soprattutto per il perdurare del predominio del melodramma italiano su ogni altra forma di espressione musicale» (6).

Eccezione all’interno di un percorso compositivo segnato dalla musica strumentale, la scrittura di due opere liriche: Hypatia e L’isola del sole. Probabilmente questo mutamento d’intenti, il rivolgersi ad una composizione in cui la componente letteraria ha forte impatto – fu Roffredo stesso a  scrivere i libretti delle due opere – è dovuto all’incontro con Marguerite Chapin, divenuta sua moglie nel 1911. La personalità di Marguerite fu sempre legata all’interesse per l’arte, mutato presto in impegno e attività letteraria: nel 1924 nasce la rivista letteraria Commerce, ebbe la durata di otto anni e fu diretta da Marguerite stessa che raccolse le esperienze letterarie più significative di autori affermati ed emergenti del primo ventennio del Novecento. Dal 1948 al 1960 la nuova rivista Botteghe Oscure, sotto la direzione di Giorgio Bassani, nella quale vennero pubblicati alcuni tra i migliori esempi di poesia e prosa in lingua originale, nuovi talenti che si affermarono presto come capisaldi della letteratura. Di questo intenso fervore culturale Roffredo non fu mai il protagonista, ma ne visse tutte le fasi e le influenze.

Hypatia è la prima opera lirica di Roffredo Caetani, è ispirata alle vicende biografiche di Hypatia narrate nella storia ecclesiastica di Socrate Scolastico e ad alcune lettere di Synesius di Cirene. L’azione segue uno schema tradizionale con la divisione in tre atti e narra le ultime ventiquattro ore di vita della protagonista, Hypatia, filosofa, matematica e astronoma a capo della scuola neoplatonica di Alessandria. Le vicende sono ambientate durante la Quaresima, nel marzo 415 narrano gli scontri tra seguaci di diverse tendenze religiose in un contesto caratterizzato dai retaggi del mondo ellenico e dall’affermarsi di un cristianesimo nascente. Hypatia diviene simbolo della scienza e della sapienza antica, troppo spesso identificata col paganesimo e con l’idolatria; è una donna troppo moderna per il suo tempo e per questo, nonostante l’amore di Oreste, prefetto d’Egitto, morirà lapidata da una folla delirante di fanatici cristiani. L’opera sinfonica è un amalgama di caratteri riferibili alla tradizione operistica italiana e di quella tedesca, con predominanza wagneriana, una scrittura orchestrale dalla strumentazione colorita. Pubblicata nel 1924 dalla Schott in trecento esemplari firmati, fu rappresentata il 23 maggio 1926 al Deutsches Nationaltheater di Weimar con la direzione di Praetorius (i teatri tedeschi più propensi di quelli italiani a portare sulla scena nuove produzioni); altre rappresentazioni nel 1927 a Dusseldorf e nel 1937 a Basilea. Appare in Italia solo nel 1957 attraverso la Rai, con la direzione di Ferdinando Previtali.
L’isola del sole è una novella musicale divisa in due atti e un epilogo, ambientata a  Norbia, Salerno, alla fine del Medioevo. Narra la storia d’amore di un cantore girovago, Roario, per Musella, figlia di un ricco possidente. All’interno dell’intreccio l’amore dei due giovani, dapprima contrastato, poi risolto grazie all’intervento del popolo che, sia nei caratteri singoli, sia nei gruppi corali, dimostra sempre una notevole accortezza e autonomia decisionale: lieto fine sull’isola del sole, Capri. Rappresentata nel ’43 al Teatro dell’opera di Roma con la direzione di Tullio Serafin, ripresa a Basilea nel ’50, è caratterizzata da una saldezza compositiva che non passò inosservata alla critica.
La morte del figlio Camillo nel 40 fu di una delle motivazioni che segnarono il congedo di Roffredo dalle esecuzioni pubbliche e l’inaridimento della vena artistica. La musica divenne scelta introspettiva o consolazione privata in un carattere per natura molto riservato. Puci Petroni, amica del salotto Caetani, affida il suo ricordo a queste parole: «Il duca Roffredo era molto riservato e non interveniva nelle discussioni letterarie. Vero è che lui aveva soprattutto interessi musicali, ma comunque, credo non avesse con i musicisti rapporti simili a quelli che sua moglie aveva con i letterati. Sicuramente si dedicava con impegno alla musica, ma lavorava soprattutto in solitudine».
L’ultimo periodo della sua vita è dedicato al riordinamento e alla classificazione delle partiture, dei manoscritti delle opere edite e inedite, dei programmi dei concerti, della corrispondenza e della raccolta della critica e delle recensioni (questo materiale è conservato all’interno dell’archivio di Palazzo Caetani di Botteghe Oscure).
Roffredo Caetani non fu mai uomo di penna, sempre restio a comunicare i suoi sentimenti su carta scritta (a differenza della moglie), per questo appare oggi ancor più necessario dar voce ed espressione alla sua musica per troppo tempo relegata nell’oblio (7), lasciando agli specialisti il compito di valutare criticamente l’esatta portata della sua opera.

La gentile Lelia Caetani, pittrice e giardiniera, morì nel 1977 e con lei una fra le più colorite delle numerose dinastie italiane. Edward Gibbon, il celebre storico del diciottesimo secolo, osserva giustamente che ‘la famiglia più orgogliosa è felice di perdere nell’oscurità del MedioEvo il suo albero genealogico’ [libera traduzione]. Ciò può essere vero.

Ad ogni modo, nella storia della Famiglia Domus Caeitana del 1927, Anatolio del nono secolo, Signore di Gaeta, è il primo dei Caetani ad ottenere visibilità. Da Gaeta, ovviamente, fiorirono i Gaetani, che si diffusero significativamente al nord e al sud della loro città nativa agli inizi dell’undicesimo secolo, un tempo luogo di villeggiatura per numerosi Romani. Nel dodicesimo secolo, il derivato nome ‘Caetani’ indicava una influente famiglia Laziale, nota per i suoi legami strategici con altri potenti dinastie – per esempio gli Orsini, i Conti, gli Annibaldi.

Nel 1118, Giovanni Gaetani, un monaco benedettino di Monte Cassino, succedette a Pasquale II con il nome di Papa Gelasio II. L’imperatore Enrico V (1105 – 1125), impose l’antipapa Gregorio VIII. Gelasio, cercando rifugio a Gaeta, si vendicò scomunicando Enrico, morendo poi di pleurite a Cluny l’anno seguente.

L’archivio dei Caetani inizia seriamente con Benedetto Gaetani (1235-1303), la cui famiglia si stabilì ad Anagni, equidistante fra Gaeta e Roma. Nel 1294, succedendo all’ermetico San Celestino V, fu eletto papa e prese il nome di Bonifacio VIII. Un competente canonista e mecenate, Bonifacio fondò l’Università di Roma La Sapienza e rinnovò la Biblioteca Vaticana.

Il suo pontificato, comunque, fu caratterizzato da costanti dispute con Filippo IV di Francia. La sua provocante Bolla Unam Sanctam (1302), estrema affermazione della supremazia papale, portò al suo umiliante arresto ad Anagni nel settembre 1303, e al saccheggio del suo palazzo da parte delle forze di Enrico. Oltraggiato e scosso, l’anziano Bonifacio morì un mese dopo. Molto controverso, fu forse uno fra gli ultimi dei papi-imperatori medioevali. Durante la sua vita, l’opportunista Bonifacio accrebbe il potere della sua famiglia attraverso l’espansione territoriale.

Nota la sua acquisizione del feudo papale di Ninfa e dei vicini possedimenti che poi passò ad uno dei suoi nipoti. Ninfa, ora strategicamente importante, era ben fortificata sebbene non abbastanza per salvarla dal brutale sacco del 1381, avvenuto sullo scenario di guerre papali e dispute infra-famigliari per il territorio.

Una covata rivalità fra le famiglie dei Caetani e dei Colonna diede seguito, nel 1499 ad un dramma dalle potenziali conseguenze paralizzanti – la confisca di tutte le proprietà Caetani da parte del Papa Borgia, Alessandro VI.

Felicemente queste furono restituite da Papa Giulio II nel 1504, poco dopo la sua incoronazione. Nonostante questo clima turbolento, i Caetani accrebbero la loro influenza, in particolar modo nella regione Pontina. L’impenetrabile castello di Sermoneta è un durevole monumento di questa grande famiglia, non meno dei vicini ruderi della città di Ninfa con la sua torre giurisdizionale alta 30 metri, un castello ducale e un municipio, sette chiese, due conventi e molte case private – certamente relitti di un centro religioso, civico e militare a suo tempo vivace.

In seguito ai due papi di famiglia, nel sedicesimo secolo si ebbero due cardinali Caetani – Niccolò (1526-1585), nominato ad appena 14 anni, e suo nipote Enrico (1550-1599), entrambi i quali erano del ramo sermonetano della famiglia. Onorato IV Caetani, (1542-1592), il nipote di Cardinale Niccolò, era capitano generale della fanteria papale nella Battaglia di Lepanto (1571) ed era a bordo de La Grifona, la prima nave cristiana ad essere attaccata dai Turchi. Nel suo trionfante ritorno a Sermoneta e da sua moglie Agnesina Colonna, sorella dell’ammiraglio della flotta pontificia spagnola, Onorato, nel rendere grazie, costruì la Chiesa di Santa Maria della Vittoria. Papa Sisto V lo nominò primo Duca di Sermoneta. Il suo matrimonio con una Colonna fu un’ulteriore sforzo per riconciliare le due famiglie dopo una così lunga e mutuale animosità.

Nel tardo XVII secolo, Francesco Caetani (1613-1683), ottavo Duca di Sermoneta, vicerè di Sicilia, un Principe ‘non meno bravo al governo dei fiori, che degli uomini’, fece sforzi per riportare in vita la lesa e assopita Ninfa. Egli è ricordato per la propagazione dei tulipani, al tempo molto di moda. Un successivo duca, Francesco V Caetani (1738-1810), si impegnò nel lavoro di rinascita. Nel 1765 un devoto inquilino pose una placca nel muro del vecchio municipio, che dal latino può tradursi come segue:

Don Francesco Caetani, Duca di Sermoneta, avendo sollevato le acque, costruito ponti, riparato mulini completamente, e ripristinato l’acceso alla strada in modo più conveniente, costruito una casa e un largo granaio dalle sue fondamenta.

Mentre la Via Appia, seguendo la fiancata occidentale dei Monti Lepini, era una delle più importanti vie militari e commerciali dell’antica Roma e del Medioevo, il territorio in sé non era meno ricco, da come leggiamo in un manoscritto del XVIII secolo:

il territorio si distingue in campi aperti, piani, colli, valli, selve, paludi, e monti, alcuni coltivabili et altri nudi, e vestite di selve…E tutto irrigato dalle acque, che divise in mare, fiumi, stagni, laghi, rivi, e fonti, lo circondano, lo rinfrescano, lo fecondano, et arricchiscono, non solo coll’umore mà anche con abbondanza di buoni pesci.

Questa lussureggiante terra dei Caetani, praticamente i territori di Sermoneta, avevano un confine massimo dioltre 100 miglia. Sin dai tempi antichi però rimaneva una colossale sfida topografica, le paludi. Queste avevano il periodico effetto di rendere inattraversabile la Via Appia. Mentre da un lato costringeva il mercato e i corridoi militari fra Roma e Napoli rendendo perciò il commercio sfruttabile, la malaria erapersistente e senza compromessi. Successivi tentativi furono fatti per drenare le paludi ottenendo ciòche Plinio descriveva con ‘fiorente paesaggio’ esistente al tempo dei Volsci cinquecento anni prima di Cristo.

Per secoli, gli stessi imperatori Romani, fra i quali Traiano, hanno tentato invano; poi, con l’acquisto papale di Ninfa, i papi hanno giocato la loro parte, incluso Bonifacio VIII e Sisto V che morì di malaria nel 1590 dopo avere visitato le paludi. Anche il XVII e XVIII duca di Semoneta trovarono una soluzione. Fu solo nel ventesimo secolo che un tentativo riuscì, e il genio dietro ciò fu lo zio di Lelia, Gelasio Caetani.

Gelasio (1877-1934) era il quarto figlio di Onorato, quattordicesimo Duca di Sermoneta, egli stesso sindaco di Roma e membro del Senato. Acculturato e pieno di risorse come suo padre, Gelasio divenne ambasciatore degli Stati Uniti e il suo volto apparve sulla copertina di Time Magazine nell’aprile 1924. Appassionato della storiadella sua famiglia, egli ha compilato la su citata Domus Caietani.

Non era il tipo di persona che si potesse associare agli esplosivi, egli sapeva tutto su di essi avendo lavorato, agli inizi della sua carriera, con numerose compagnie minerarie americane. Egli utilizzò quelle sue conoscenze nella guerra con l’Austria, fra il 1915 e 1917. Su fra le Dolomiti, la cima a forma di cono nota con il nome di Col di Lana, era occupata dalle truppe austriache. Dieci milioni di italiani hanno perso la loro vita cercando di conquistare ciò che era noto come ‘l’occhio dell’armata austriaca’. Con un gruppo di ottanta ingegneri attrezzati, Gelasio piazzò tonnellate di esplosivo al di sotto degli austriaci e fece crollare la cima. Egli utilizzò poi quelle stesse abilità per ideare un piano di bonifica delle paludi. Il progetto, che comprese l’uso di esplosivi per creare una serie di canali di drenaggio, fu portato avanti con la collaborazione del lavoro fornito dallo stato italiano. Fu completato agli inizi del 1930.

Palazzi e roccaforti associate ai Caetani rimangono – ad esempio a Roma, Cisterna, Sermoneta e Fondi. Guardando indietro, però, la storia dei Caetani non è solo di potenza e supremazia. Il ventesimo secolo ha prodotto una generazione di Caetani coinvolta nelle arti, nel mondo accademico e nella musica. Basti ricordarsi di due fratelli di Gelasio – Leone, il famoso studioso del mondo islamico, e Roffredo, il padre di Lelia, un dotato compositore. Gelasio, che morì nel 1934, ricordato in particolar modo per il restauro delle rovine di Ninfa e, con la sua madre inglese, per aver dato il via a ciò che sarebbe diventato un idillio che avrebbe un giorno catturato l’immaginazione di musicisti, artisti, poeti e orticoltori. Una fondazione, nominata dopo il padre di Lelia, Roffredo Caetani, possiede e gestisce Giardino e Castello insieme alle proprietà agricole, fedele alle tradizioni da lei stabilite in vita e offrendo un paradigma di conservazione e di eccellenza culturale nel sud del Lazio.

Lelia ha quindi segnato Ninfa con il suo gusto, la sua discrezione e pace di spirito, la storia dei Caetani che non poteva trovare epilogo più adatto in un luogo oggi così armonioso, in marcato contrasto con la turbolenza del passato. Come sempre, la fortezza di Sermoneta, sulla vicina imponente collina, guarda giù, quasi proteggendole, le fantastiche rovine di Ninfa e le terre, un tempo paludose, di una grande Famiglia italiana.

Il testo è tratto dall’articolo The Incomparable Caetani Family di Esme Howard, nipote di Donna Lelia Caetani e consigliere della Fondazione Roffredo Caetani, apparso sulla pubblicazione Rivista The Magazine of the British-Italian Society No. 396 2013/14. Traduzione concordata con l’autore.